La Cassazione, nel caso di specie, ha riconosciuto ai cittadini che risiedono in prossimità dell'impianto di Seveso un risarcimento di 5.000 euro ciascuno quale danno morale per tutta l'angoscia vissuta, dal 10 luglio 1976 ad oggi, a causa della nube tossica (carica di una delle più forti diossine conosciute) che fuoriuscì dagli impianti chimici della Società Elvetica Icmesa (Gruppo Givoudan-La Roche).
Questo danno, ha sottolineato la Suprema Corte, ben può essere provato per presunzioni, essendo sufficiente la rilevante probabilità del verificarsi dell'evento temuto, per determinare la sofferenza interna provata dalla costante preoccupazione di ammalarsi o di veder ammalare i propri figli ( risarcita dalla Corte ).
L’importo di 5 mila euro corrisponde, come hanno sottolineato i Giudici, «ad una valutazione prudenziale, se non addirittura minima del danno morale» patito.
La Corte ha dunque respinto il ricorso presentato dalla società che gestiva l'impianto stesso, che già subì anni fa una condanna penale per disastro ambientale e che insisteva nel rigetto della richiesta risarcitoria dei cittadini ( già accolta in appello) in quanto mancava, a detta della società, la prova della causalità tra la fuoriuscita della nube tossica e le malattie che iniziavano a diffondersi tra i residenti di quella zona e non vi era in realtà alcuna prova di ripercussioni tra il disastro ambientale e la loro vita di sociale e di relazione.
Ed infatti, ha sottolineato la Corte, ad essere stato risarcito ai cittadini, nella presente sentenza, non è il danno biologico, ma quello consistente nella sofferenza interna ( cosiddetto patema d’animo) patita dai cittadini proprio a causa della rilevante probabilità del determinarsi di malattie mortali. E questi 33 anni di sofferenza, giustamente, non potevano non essere risarciti ( anzi, la liquidazione, a mio parere, è stata anche minima, assumendo più che altro un valore simbolico e di precedente) .









