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La vendita di semi di cannabis non è reato.

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La Corte di Cassazione Penale a Sezioni Unite è stata chiamata a decidere se la pubblicazione e la messa in vendita di semi di piante idonee a produrre sostanze stupefacenti configuri il reato di istigazione all'uso delle stesse di cui all'art. 82, comma 1, T.U. stupefacenti.  

 Le Sezioni Unite della Corte,  con  sentenza n.47604/2012,  hanno chiarito che "l'offerta in vendita di semi di piante dalle quali è ricavabile una sostanza drogante, correlata da precise indicazioni botaniche sulla coltivazione delle stesse, non integra il reato di cui all'articolo 82 T.U. stupefacenti, salva la possibilità di sussistenza dei presupposti per configurare il delitto previsto dall'articolo 414 codice penale con riferimento alla condotta di istigazione alla coltivazione di sostanze stupefacenti".   E per  stabilire se si tratti oppure no di reato, i Giudici dovranno analizzare l’aspetto soggettivo ovvero la  presenza o meno della  volontà,  di chi offre in vendita i semi,  di istigare altri ad usare stupefacenti:  un elemento soggettivo che i giudici  di merito dovranno verificare analizzando, per esempio,  il  contenuto dell'inserzione pubblicitaria.

In ogni caso, spiega la corte, "la mera offerta in vendita di semi di pianta dalla quale siano ricavabili sostanze stupefacenti - per es. di cannabis-   non è penalmente rilevante, configurandosi come atto preparatorio non punibile perché non idoneo in modo inequivoco alla consumazione di un determinato reato, non potendosi dedurne l'effettiva destinazione dei semi".

 

Nei rapporti sadomaso occorre il consenso continuato della vittima, altrimenti è violenza sessuale

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Si può commettere  il  reato di violenza sessuale continuata ( artt.  81 c.p.c e 609 bis c.p.) anche    in  una  relazione amorosa  di carattere sadomasochista,   ed anche quando gli atti sessuali    costituenti reato, in quanto privi del consenso della vittima,  si sono alternati  a rapporti sessuali ugualmente di carattere violento  ma voluti dalla vittima stessa,  e dunque non costituenti reato. Non solo: si commette il reato di violenza sessuale anche quando il consenso, pur inizialmente espresso dalla vittima,  nel corso del rapporto sessuale venga   meno.    

Questo è quanto si evince  da una sentenza   della  Corte di cassazione penale – la  n. 37916 del 01.10.2012-  che ha destato  qualche perplessità nell’ambito degli  operatori del diritto. E le perplessità nascono proprio dalla natura sadomaso della relazione  “amorosa”,  nel caso posto all’esame della Corte,  tra l’autore del reato e la vittima dello stesso :  relazione  nella quale i protagonisti hanno sempre volutamente praticato  un sesso violento,  accompagnato cioè   da calci pugni schiaffi, ecc.,  insulti  e minacce varie. 

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La Cassazione penale conferma la condanna di un'insegnante per abuso del mezzo di correzione .

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L'insegnante aveva costretto un suo alunno, sopreso a compiere atti  di bullismo, a scrivere  100 volte ''sono deficiente'' sul suo quaderno. Non solo, lo aveva offeso e rimproverato aspramente davanti alla classe in più riprese, tanto da determinare un serio disagio psichico nel minore che aveva dovuto ricorrere alla psicoterapia. 

Ebbene, la   Cassazione penale , sez. VI, sentenza 10.09.2012 n° 34492, l'ha condannata.  

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La condanna per violenza sessuale comporta sempre l’applicazione delle pene accessorie.

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E’ quanto ha stabilito la Corte di Cassazione-sez. penale con la sentenza n. 46215 del 13 dicembre 2011. Si legge infatti nella sentenza che «il reato di violenza sessuale comporta obbligatoriamente, ai sensi dell’art. 609-nonies, co. 2, del codice penale, qualora sia commesso nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni diciotto, l’applicazione della pena accessoria dell’interdizione perpetua da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado nonché da ogni ufficio o servizio in istituzioni o in altre strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente da minori, trattandosi di statuizione sottratta al potere discrezionale del giudice».

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Il genitore che non provvede al mantenimento dei figli perché è malato, va assolto.

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Con la sentenza n. 22798 dell’08/06/2011 la Corte di Cassazione, sezione penale,  ha stabilito che il genitore che non adempie al suo obbligo di mantenimento nei confronti della figlia perché la chemioterapia gli impedisce di lavorare non può essere condannato, e dunque va assolto. Una conclusione condivisibile e ragionevole con la quale la sesta sezione penale della Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la condanna a qualche mese di reclusione (pena non meglio specificata in sentenza) e 200 euro di multa nei confronti di un padre genovese inadempiente rispetto all'obbligo di mantenimento nei confronti della figlia.

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Reato di stalking a mezzo "Facebook"

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Con la sentenza num. 32404 del 30 agosto 2010, la Corte di Cassazione,sezione penale, ha stabilito che rischia una condanna per stalking anche chi minaccia una persona con video e messaggi inviati tramite Facebook.
Il caso posto all’attenzione dei giudici di legittimità -e che ha dato adito alla sentenza in oggetto- riguardava un uomo che aveva inviato filmati a luce rosse e fotografie al profilo facebook della sua ex-fidanzata, minacciandola di divulgare, detto materiale, oltre che nella sua pagina di facebook, anche a terze persone, se non decideva di tornare con lui.

L’uomo, protagonista della vicenda, veniva infatti condannato, sia in primo che in secondo grado, per atti persecutori (elemento caratterizzante proprio il reato di stalking). Ma con quali motivazioni?

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